Archivio mensile 26 Novembre 2020

DiSara

La domanda che tutti gli scrittori dovrebbero farsi ogni giorno

I laboratori di Massimo erano – sono – diversi dagli altri. Non tanto per tematiche o per organizzazione, in fondo il punto di vista è il punto di vista un po’ ovunque, la punteggiatura resta un baluardo di stile sia che si frequenti la Scuola Holden sia che ci si confronti tra amici, e così via.

Quello che, però, è difficile trasmettere e assimilare quasi in tutti i corsi per aspiranti scrittori che conosco, è il senso profondo dello scrivere dal punto di vista di chi, la scrittura, la fa.

Ecco, penso che questo “senso profondo” sia stata la missione di Massimo quando ha deciso di formare altri scrittori con così tanta generosità. Così, all’inizio di tutti i suoi corsi, era solito chiedere a noi allievi un esercizio, uno di quelli preziosi, come non ne se ne trovano, forse, nemmeno nei più prestigiosi college americani: “Perché scrivi?

Avete presente che cosa significhi fermarsi, posare la penna e chiedersi “Ma, io, perché voglio scrivere?”
Provateci. Chiudete gli occhi, lasciate il mondo fuori per qualche istante e preparatevi al panico più totale.

Se siete scrittori navigati, l’avrete già fatto più o meno inconsciamente, ma per me è stata la domanda che ha stravolto tutto ciò che pensavo di sapere di me e della mia passione. E continua a farlo. Non perché ci siano risposte giuste o sbagliate, ma perché ti costringe a guardarti dentro, a restare a tu per tu con te stessa e prendere coscienza del fatto che il gioco a cui stai giocando ha una sola regola: l’onestà. Sai che, se non la rispetti, perderai. Ma sai anche che potresti perdere pur rispettandola.

Davvero, l’onestà può essere uno schiaffo in faccia, se la tiri fuori in un momento poco opportuno – ammesso che ci sia davvero un momento poco opportuno per una cosa del genere.

Questa presa di consapevolezza, questa domanda, è quindi diventata il mio tormento e forse addirittura la causa dei miei blocchi, così come è stata la fonte di ogni ispirazione nelle occasioni in cui la risposta è venuta fuori da sola.

Massimo la sua risposta l’aveva ben chiara: “Scrivo per cambiare il mondo”. Lo scrittore, per lui, aveva, ha e avrà sempre un ruolo sociale e politico fondamentale. Una riflessione, accanto alla domanda da cui scaturisce, così profonda, spaventosa e meravigliosa insieme, da dire tanto dell’uomo quanto dello scrittore.

Quanto a me, non sono ancora riuscita a dare – a darmi – una risposta definitiva, ma so che, quando la troverò, sarà il momento in cui passerò dall’essere una mera principiante ad essere una vera scrittrice.


Per partecipare al Premio Letterario Massimo Occhiuzzo, inviaci la tua opera entro il 30 marzo 2021. Scopri qui il bando di concorso e il modulo di partecipazione.

DiAlessia

Metti una lezione di scrittura a Torre Alfina…

Chi non ha avuto il privilegio di conoscere Massimo Occhiuzzo probabilmente farà fatica a comprendere fino in fondo il suo spirito caleidoscopico, che è lo stesso spirito che vuole animare questo concorso, fortemente voluto dalle persone che da quel vulcano inesauribile di idee che era il nostro prof, partorite con la potenza di una colata lavica primordiale, sono state letteralmente travolte. Se qualcuno sta pensando a Massimo come il classico docente impettito e traboccante di nozionismo, beh, si sbaglia di grosso. Lui non era un insegnante, o perlomeno non lo era nel senso universalmente conosciuto del termine. Massimo era un catalizzatore di sogni, un visionario, un uomo venuto dal futuro. Aveva la straordinaria capacità di tirar fuori dai suoi studenti, anzi dagli interlocutori delle sue conversazioni, come lui stesso amava definirle, risvegli, catarsi, epifanie. O, molto più semplicemente, storie. Così, che ci si trovasse nella saletta interna di una gelateria, a cena in una pizzeria napoletana oppure in mezzo alla strada, ogni occasione era buona per scrivere. Il dettaglio più insignificante poteva diventare intuizione o spunto creativo, un luogo qualunque fonte di ispirazione. E condividere con i propri allievi i mondi che incessantemente costruiva e popolava era per Massimo la gioia più grande. Non c’era da stupirsi, dunque, se le pareti dell’aula improvvisamente si trasformavano in alberi, il soffitto in cielo azzurro, i banchi in tavolate spartane ma imbandite di cibo per l’anima. Ed ecco che mi torna alla memoria una lezione di scrittura a Torre Alfina, borgo viterbese tanto caro a Massimo, del quale noi allievi diventammo cittadini onorari per un giorno. Lui, sindaco generoso e fiero, ci aprì le porte del suo “luogo del cuore”, accogliendoci senza mai farci sentire ospiti. Mi sembra ancora di sentire la sua voce riecheggiare tra quelle fronde, sospinta dal vento, che oggi mi raggiunge come una carezza, una mano poggiata sulla schiena che spinge in avanti, come un raggio di sole che squarcia la fitta boscaglia, sorprendendoti. Il ricordo di quel giorno è ancora qui con me, mi fa compagnia quando mi sembra che sia stata scritta una storia assurda, dal finale sbagliato, di quelli che Massimo di certo avrebbe odiato. E allora con la mente torno a quel giorno perfetto, dove tutto si poteva ancora scrivere, e cambio il finale. Massimo è lì, la sua risata contagiosa, l’abbraccio dei suoi sguardi, le sue parole che arrivano dritte come un pugno allo stomaco, come una verità sconvolgente. E mi consola sapere che lui abbia scritto anche di noi nelle ultime pagine della sua vita.